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di Luca Boschi Percorsi n.4
Caro Corrado, sei a ragione considerato uno dei disegnatori più versatili d’Italia, per la facilità con la quale passi dal genere “naturalistico” a quello comico. Ne sei consapevole, immagino… Faccio fatica a inquadrarmi come realistico o umoristico o grottesco. Sono un disegnatore e ho il privilegio di fare cose molte diverse tra loro, così non rischio di annoiarmi.
Arrivò una telefonata nella primavera del 1989. Risposi sgarbato. Ero stanco, avevo lavorato duramente e quella telefonata arrivava inopportuna. “Una scocciatura”, pensai. Dall’altra parte del filo una vocina si presentava, con discrezione, con eleganza. Era lui, Giovan Battista Carpi. Stetti zitto, ma qualcosa dovevo pur dire. “Carpi? Quel Carpi?”. Sorrise. Mi spiegò che la Disney cercava disegnatori e gli era stato recapitato del mio materiale dalla Mondadori che lui, bontà sua, trovava interessante. Di lì a poco, iniziai a collaborare con la Disney e mai dimenticherò le affettuose correzioni che Carpi mi impartiva per telefono. “Nella terza vignetta di pagina quattro, il becco di Paperino è troppo lungo. Accorcialo di un paio di millimetri”.
I passaggi sono talmente sfumati, che è realmente difficile individuare il momento dei cambiamenti. Cavazzano è un disegnatore straordinario, era impossibile che inizialmente non condizionasse la mia maniera di interpretare Disney.
Giorgio è una persona troppo educata per manifestare una qualsiasi forma di rimostranza ma so che, all’inizio degli anni novanta, provava un certo fastidio di fronte all’esercito di esordienti che aveva iniziato a imitarlo. Ora, quando ci si ritrova, seduti a tavola o a passeggio tra degli stand, cerco ancora di carpirgli qualche segreto e lui, come tutti i grandi, condivide quello che sa con generosità.
Ramponi, nel periodo in cui insegnava nella mia classe la tecnica del cartone animato, aspettava solo di andare in pensione. Generazioni di alunni indolenti e superficiali gli avevano tolto ogni entusiasmo. Ma che bello veder roteare la matita in quella mano e quanta invidia per quell’oblò perfetto accennato con due colpi di grafite. Ogni segno era una lezione d’arte, ogni schizzo un monumento al suo talento immenso. Non gli ho staccato mai gli occhi di dosso e con gli occhi ho rubato tutto quello che ho potuto. Tutti dovrebbero ammirare, almeno una volta, le spettacolari copertine a tempera che realizzava per il Travaso. Quasi tutto quello che so fare lo devo alle ore passate a guardare tutto quello che faceva Ramponi e al materiale che usava. Immagino che pochi sappiano cogliere la differenza tra lo schedario e la Cotton, tra il Bristol e la Schöeller, tra il Fabriano e la pergamena. Nella mia vita professionale, Ramponi è quello che più ha contribuito a chiarirmi le idee, la scelta dei cartoncini a confondermele.
Sono orientato verso tecniche classiche: pennino, pennello, china. Negli anni ho fatto scelte radicali che poi ho radicalmente cambiato. La combinazione degli elementi di lavoro è fortemente instabile. Io cerco ogni giorno l’alchimia giusta, la sinergia degli elementi nella proporzione che la ottimizzi. Divento matto. Un cartoncino risente dell’umidità, una boccetta di china della densità, un pennino cambia il proprio segno a seconda della superficie del foglio, della temperatura, del tempo, un pennello impazzisce, forma una doppia punta ingestibile, avvizzisce e muore. C’è stata la stagione dei bristol. Ci disegnavo i fumetti realistici che tenevano bene sia la china che il colore. Poi improvvisamente la cartoleria dalla quale mi servivo cambiò fornitore, o forse è lo stesso fornitore che cambiò sistema di produzione. Non lo so, ma sta di fatto che sul nuovo bristol la china prendeva male, si ribellava, si ritirava. Passai con sospetto alla Favini poi alla Fabriano, soprattutto per Bonelli. C’è stata la stagione della china Windsor & Newton perché costava di più e aveva boccette bellissime poi quella della Pelikan, duttile e fluida. C’è stata la stagione dello Schoeller-Durex che diventò introvabile, soppiantato dallo Schoeller-Hammer, più morbido, più abrasivo…Cambiai tutte le matite. Al posto delle morbide, le dure e al posto della dure quelle ancora più dure. Dieci minuti l’anno mi ritrovo con il pennello perfetto, la china diluita come meglio non si potrebbe e il cartoncino che non da brutte sorprese di trama o d’umidità e…disegno come un dio pagano. Dieci minuti, meno di mezza vignetta l’anno.
Guardavo quello che faceva e assimilavo. Non mi ha mai corretto nulla per umiltà e pigrizia. Sarà da ricercarsi nella sua flemma il motivo per cui non diventerò mai un Moebius ma rimarrò mortale.
Di questo fatto ho letto uno strano commento, fatto dal suo collega satirico Guglielmo Guastaveglia, in arte solo “Guasta”, che del “Travaso” era direttore. Scrive nella sua enciclopedia degli autori satirici che per ovviare a una incresciosa omonimia con un altro autore di nome Kremos, Ramponi decise di firmarsi col suo nome di battesimo… non so di più.
Era il 1980 quando, a diciasette anni, venni assunto all’Ital-studio di Italo Burrascano come animatore grazie proprio a una segnalazione di Ramponi. In questo studio imparai a fare un po’ di tutto: story-board, scenografie, diapositive, marchi, illustrazioni, oltre naturalmente ai cartoni animati, motivo per il quale ero stato arruolato. Nell’85, sempre continuando il lavoro con lo studio, cominciai a realizzare in proprio piccole animazioni per le emittenti private. Un periodo irripetibile, pieno di energia ed entusiasmo. Arrivavo a disegnare diciotto ore al giorno…uno zombi, ne pago ancora le conseguenze!
Geppo, Gianconiglio, Paperinik, Braccio di ferro, Hulk… ma un solo personaggio mi ha fulminato veramente…l’Uomo Ragno! Pur non essendo mai stato un collezionista, posseggo l’intera serie Corno fino al n.250. Del tessiragnatele collezionavo tutto, strisce giornaliere, gomme da masticare, poster. Arrivai a convincere mia mamma a cucire il suo vestito per il mio pupazzo preferito di allora, Big Jim. Ora, su un altarino, di fronte al tavolo da lavoro, campeggia un disegno originale della striscia quotidiana dell’Uomo Ragno disegnata da John Romita, doveroso tributo per il più accattivante dei disegnatori Marvel. Di personaggi da serie televisive a cartoni invece ce ne sono molti, un esempio su tutti, il primo, il più grande, Atlas Ufo Robot.
Nel ‘91 Rodolfo Torti era il direttore artistico e Roberto dal Prà supervisore letterario della ComicArt. Insieme controllavano tutto il materiale nuovo che arrivava in redazione e vagliavano giovani autori e serie nuove. Capitò così che un esordiente, Arcangelo Stigliani, e un quasi esordiente, io, per un paio d’anni demmo vita a Cargo Team, serie fantascientifica con grandi ambizioni limitate dall’inesperienza di entrambi. Mi divertii molto a disegnarla anche se all’inizio dovetti misurarmi con la scrittura copiosa di Stigliani che concedeva poco spazio al disegno. Quando finalmente aggiustammo entrambi il tiro venne sospesa. La casa editrice, dopo un’importante flessione di vendite, interrompeva la produzione di materiale nuovo e decideva di continuare solo le pubblicazioni estere. Amen.
Di Bernet, come di tutta la scuola spagnola e argentina, Font, Ortiz, de la Fuente, ho sempre amato la gestione dei bianchi e neri, fondamentale per la riuscita grafica di una tavola. A questo riguardo il grande Alberto Breccia ne spiegava l’uso nel fumetto in maniera geniale: “Bisogna mettere il nero dove c’è il bianco e il bianco dove c’è il nero”. Paradossale quanto volete ma l’equilibrio tra queste due negazioni del colore è alla base della filosofia del fumetto. Quando se ne carpisce il segreto l’opera diventa immortale.
Sono tantissimi gli autori che ho negli anni amato: Scarpa, Cavazzano, Carpi, Jacovitti, Magnus, Franquin, Quino, Nine, Uderzo e Pazienza, Romita, Magnus, Milazzo, Manara, Breccia Senior, Mandrafina, Zaffino, Bernet, Moebius.
Quella con la casa editrice Bonelli è stata un’altra sfida difficilissima. Fino a quel momento, per la ComicArt, avevo sviluppato un tipo di segno graffiato. Amavo suggerire più che raccontare. Ora, invece, dovevo confrontarmi con un lettore diverso. Il lettore bonelliano avrebbe accolto con indignazione le mie sperimentazioni. Dovevo rivedere tutto. Con tanta pazienza e con l’aiuto di Queirolo, ho messo a punto negli anni un tipo di disegno che cerca di sposare appieno le esigenze della casa editrice, ma senza snaturarmi.
Ho la presunzione di cercare di tenere isolate le mie diverse vite creative. Maniacalmente separo nella mia testa anche il materiale e gli strumenti che servono per i diversi lavori. Se inizio a disegnare la vignetta mensile per la rivista Tal-dei-tali col pennarello e carta da lay-out continuerò ad usare lo stesso stile e gli stessi identici materiali per tutto il periodo del lavoro, anche per anni. Ma il condizionamento c’è. Le contaminazioni sono inevitabili. Quel segno sperimentato con successo nel disegno realistico cambia e modifica in maniera impercettibile ma determinante anche il disegno umoristico.
Attraverso il curatore della serie. Sempre lui, Queirolo.
Avevo collaborato con lui già in un albo per Nick Raider (La rosa gialla del Texas, n.121 /06.1998) e mi ero trovato a mio agio. Dopo le storie per Magico Vento, Manfredi è l’autore Bonelli con il quale ho più collaborato. Per mia fortuna non è di quelli che si accanisce in descrizioni rigorose. Lascia sufficiente libertà d’interpretazione. Forse eccede con la richiesta di figure intere dall’alto. Quando posso cerco di accontentarlo ma il più delle volte, dopo averci ripetutamente provato, devio verso soluzioni a me più gradite.
Stai scherzando? Nessuno! Affrontare un fumetto western significa conoscere alla perfezione ogni singolo oggetto da disegnare ricercando all’infinito immagini e foto del periodo. Anche le atmosfere polverose sono difficili da rendere. Lo sporco, il sudore, il sacrificio dei primi pionieri deve sgorgare convincente dalla pagine, senza compiacimenti grafici, senza esitazioni di sorta. Un inferno! Ma devo ammettere che Magico Vento è riuscito a coinvolgermi a tal punto da farmi dimenticare la fatica. Diventare il copertinista della serie è quanto di più bello mi poteva capitare.
In realtà, la prima storia che ho fatto per la Bonelli è stata Un uomo nel mirino, per la serie mensile Nick Raider (n.74 / 07.1994 / testo: Claudio Nizzi). Nel rivedere quelle pagine, quasi non mi riconosco… Ma non sono proprio malvagie.
La difficoltà più grossa rimane sempre la documentazione. Sono pigro e tendo, dove posso, a sopperire con la fantasia. Non dovrei. Invece, mi piace molto passare da un genere all’altro, mi rinnova l’entusiasmo.
Mi è sempre piaciuto scrivere. Esordii con dei racconti autoconclusivi per la ComicArt, per poi proseguire con una serie a colori per un’altra rivista della stessa casa editrice, L’Eternauta. La serie si chiamava Buzzer & Todavia (-Il droppo, ComicArt n.91 / 05.1992; King Kong la grande scimmia, ComicArt n.106 / 08.1993; Todavia, L’Eternauta n.119 / 03.1993 [Serie raccolta nel libro Buzzer & Todavia, Edizioni Interculturali, 03.2005] )
Affinità a cui non pensai quando cominciai a disegnarle. Lo stile era un mix tra i personaggi snodati che proponevo nei cartoni animati e i personaggi disneyani con la vena grottesca portata all’esasperazione. L’inchiostrazione a pennarello piena di segni, grigi, volumi, ombre, doveva contraddire la sintesi infantile con cui i personaggi venivano costruiti. Ora che me lo dici, però, ricordo che a Tullio Pericoli dedicai una copertina apparsa su ComicArt. Il suo nome compariva, se non ricordo male, su una scatola di cioccolatini in mano a una farfalla cicciona.
“Soddisfatto” è una parola grossa. Diciamo che, pur cogliendo la differenza tra le mie tavole e quelle dei professionisti, ero rassegnato al fatto che più di tanto non riuscivo a fare. Mi accontentavo senza disperazioni. Mi ricordo, però, che verso la ventesima pagina guardai con soddisfazione una vignetta. Sembrava “vera”. Si, insomma, intendo dire che sembrava una vignetta disegnata da quegli altri, quelli bravi. Ero riuscito finalmente a mettere i paperi in uno spazio, in maniera credibile. Mi esaltai, ma era stato un caso.
Cerco di tenermi il più lontano possibile dai moralismi retorici e dal buonismo, anche se la morale dei personaggi Disney, compresa quella di Bum Bum, personaggio che più spesso di altri affronto nelle mie sceneggiature, è senz’altro una morale positiva.Non sempre l’equilibrio tra queste due cose è facile da gestire.
Tutti temiamo i mostri. I diversi ci obbligano a prendere in considerazione un punto di vista diverso dal nostro e questo, nella deriva d’insicurezze in cui annaspiamo, ci terrorizza. Ma ci si deve sforzare di avere orizzonti più ampi. Ecco, volevo scrivere una storia dal punto di vista dei diversi. Non sono peggio di noi, non sono meglio di noi. Come tutti vivono e sbagliano (e infatti anche il dottor Murdy sbaglierà), solo che lo fanno con qualche problema in più.
Vorrei precisare che il personaggio di Bum Bum non è nato a tavolino. Non è stato progettato per piacere, è nato e basta! Con un tassello alla volta ha preso forma, si è evoluto, si è arricchito. Non sapendo quali sviluppi avrebbe avuto, inizialmente non ho preso alcun riferimento. Col tempo però, mi sono accorto che, sempre più spesso, quando scrivevo le sceneggiature di Bum Bum pensavo ad una mia cara, vecchia conoscenza: un ex compagno di scuola delle elementari, ex compagno di scuola delle medie, complice di mille giochi scemi. Era lui il primo ad uscire sconfitto dalle interminabili partite a Risiko che facciamo ancora ogni tanto. Non farò il suo nome, non merita nessun tipo di popolarità, ma la sua ruvida sensibilità mi aiuta ad interpretare al meglio le avventure del nostro eroe.
La scintilla della curiosità è il combustibile che fa andare avanti il mondo. Immaginavo un bambino che con la sua rivista aperta chiedeva al papà una spiegazione per quelle pagine bizzarre. Immaginavo un papà intenerito al ricordo delle sue letture infantili dare delle spiegazioni esaurienti. Immaginavo uno sguardo complice tra il papà e il bambino. Lo so che le cose non saranno andate proprio così: il bambino avrà saltato la storia stizzito, il papà, che non ha mai letto un fumetto in vita sua, sarà tornato tardi dal lavoro. Avrà trovato il figlio addormentato e buona notte al secchio… Ma almeno, io ci ho provato!
Voleva essere solo un omaggio al signor Bonaventura, una delle colonne portanti del fumetto italiano, e la redazione l’ha capito. Quelle pagine con le didascalie rimate sono una citazione che si può anche non cogliere, la storia funziona lo stesso.
Non lavorare per un compenso, ed è il caso dell’opera in questione, da l’opportunità di sperimentare in piena libertà. Queste sono le rare occasioni in cui non ci deve preoccupare di piacere ad un committente. Il collage è un’arte antica e povera con straordinarie possibilità che io, da neofita, ho appena sfiorato.
Non doveva essere un poster. Come nel caso precedente nacque come opera per un concorso interno alla Disney. Ci veniva dato un tema e quell’anno suonava tipo…”Un periodo storico visto attraverso i personaggi Disney”. Scelsi il medioevo, si prestava alla gag. Volevo che avesse un sapore vagamente alla Mordillo in cui fossero rappresentati tutti, ma dico tutti, i personaggi Disney.
L’illustrazione nasce per essere venduta in litografia in duecento esemplari in un Cartoomics di qualche anno fa. Impiegai più ad autografare le duecento copie che a realizzare l’illustrazione. Non finivano mai. Esse-G-Esse, quanti ricordi… Il fratello grande di un mio compagno delle medie era un fanatico lettore di Blek e Miki. In una pigra estate riuscii a superare la sua diffidenza e farmi prestare un discreto numero di albi che divorai febbrilmente. Fu il mio primo impatto con i fumetti realistici, i fumetti per grandi, come pensavo allora. Un’iniziazione a dir poco entusiasmante. Mi ripromisi di seguirne l’uscita in edicola ma poco tempo dopo sarebbe arrivato l’Uomo Ragno a spazzare via tutto.
Paperino, Topolino, Nick Raider, Magico Vento, Tex, Diabolik, Blek, Miki…Credo di potermi accontentare.
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