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Fra Topolinea e il Far West
Nasce davanti alla televisione e nelle sale dei cinema dove, giovanissimo, ho incontrato i classici cartoni animati di Walt Disney, ma anche personaggi come Gatto Silvestro o la Pantera Rosa che, a quell’epoca, stiamo parlando della seconda metà degli anni Sessanta, si potevano anche vedere sul grande schermo. Dopo la prima scintilla, la passione è cresciuta in fretta, con l’irruenza e l’inventiva selvaggia tipiche dell’immaginazione infantile. Ricordo ancora adesso che, all’età di sei anni, feci un “patto” con mia madre: avrei dovuto risparmiare due milioni di lire. Raggiunti i diciassette anni avrei usato un milione per fare il viaggio in America e l’altro per “comprare Pluto e Topolino”…quelli veri che si vedevano nei cartoni animati e non le “imitazioni” che si potevano trovare in posti come Disneyland. Stupidi pupazzi di pelouche…Ero piccolo, ma non così ingenuo!
Si, infatti. E’ lì che ho cominciato a rendermi conto che avevo un “occhio” diverso da quello dei miei compagni. I bambini, solitamente, rappresentano gli oggetti senza profondità; invece, io tenevo spontaneamente conto della prospettiva, e questo faceva sì che gli altri giudicassero “strani” i miei disegni…Eppure, per me era assolutamete normale riprodurre le cose così come le vedevo! Fatto sta che questa “disposizione naturale” fu presto notata dagli insegnanti, che mi incoraggiarono a coltivarla. Ma, a dispetto dei loro sforzi, fu più che altro il caso a portarmi dove sono ora. Escludendo il Liceo Artistico che, a detta di mia madre, offriva prospettive limitate, ero destinato al Liceo Scientifico per la mia inclinazione alla matematica. Le cose, però, andarono diversamente. Alle medie, la mia compagna di banco mi parlò della scuola che frequentava suo fratello maggiore; si chiamava Cine Tv- il nome con cui viene familiarmente soprannominato l’Istituto Nazionale per la Cinematografia e la Televisione, ora Rossellini- e lì si poteva imparare a “fare i cartoni animati”. La scintilla originale si riaccese immediatamente.
Iniziano i primi passi della mia attività professionale, sì. Già durante gli anni dell’Istituto, man mano che cominciavo a imparare i rudimenti del mestiere, cercavo di non farmi sfuggire nessuna occasione, ed è così che feci i miei primi lavoretti qua e là. Poi, prima ancora di diplomarmi, fui assunto dall’Italstudio, uno studio - come dicevamo - specializzato in prodotti di animazione e grafica, dove cominciai davvero a “farmi le ossa”. Perlopiù, si lavorava a cortometraggi a uso didattico, ma si progettavano anche marchi pubblicitari, si realizzavano illustrazioni, story-board, depliant e scenografie… Era un’occupazione a trecentosessanta gradi, si toccava con mano l’essenza artigianale e tecnica del lavoro creativo, si imparavano i trucchi del mestiere e si incontravano i professionisti più esperti.
Certo, fu lui a segnalarmi al titolare dello studio. Avevo conosciuto Ramponi come insegnante della scuola CineTv ed ero rimasto impressionato dalla sua straordinaria abilità. Già negli anni Quaranta era un affermato illustratore, aveva inventato animazioni pubblicitarie - ai tempi del mitico “Carosello” - e di sigle televisive… Per fare un esempio, era uno dei disegnatori che diedero vita al personaggio nasuto del telequiz “Rischiatutto”! Ma anche umanamente era irresistibile; conosceva un’infinità di aneddoti sulla Roma della “Dolce Vita” e sui personaggi che l’avevano popolata; la sua simpatia si sposava con un’inguaribile pigrizia che tanti piccoli “guai” aveva procurato alla sua vita professionale; “debolezze” che, comunque, gli si perdonavano. Purtroppo, quando lo conobbi, almeno nell’insegnamento il suo entusiasmo originario si era un po’ affievolito, ma quale creatività e livello di competenza era ancora capace di esprimere… Insomma, per me è stato un incontro fondamentale.
Dopo circa nove anni passati all’Italstudio, ho cominciato a maturare una certa irrequietezza; nessun malumore, soltanto la voglia di mettermi alla prova su un terreno nuovo. All’interno di una struttura come quella, il lavoro è distribuito secondo una logica di “catena di montaggio” e il contributo dei singoli scompare nel prodotto collettivo. Niente di male in questo, ma io sentivo il bisogno giocare “in prima persona”. E poi, il fumetto, per chi fa animazione, è come il teatro per chi fa cinema: un mondo affascinante, che si guarda con grande rispetto e interesse, come se fosse un “fratello maggiore” che ha molte cose da insegnarci. Io non avevo mai smesso di disegnare, avevo collezionato illustrazioni e bozzetti a volontà… Così ho messo tutto in una cartellina e mi sono “lanciato”.
Già; un altro esempio di come “le grandi svolte” dipendano spesso soltanto dal caso. Il materiale che avevo inviato fu molto gradito dal fondatore della Casa editrice, Rinaldo Traini - un’altra di quelle persone che metto volentieri nella lista dei miei maestri - il quale mi invitò a collaborare… Mi si stava offrendo la straordinaria occasione di entrare nel mondo dei fumetti dalla porta principale. Poi arriva la Disney, ed è l’inizio di un lungo sodalizio. Sì, in quello stesso anno… era il 1989. Il fumetto stava vivendo una fase di grande fermento; la Disney era sbarcata in Italia e aveva rilevato “Topolino”, subentrando alla Mondadori. Si trattava di rilanciare la linea editoriale e, per questo, c’era bisogno di forze fresche, bisognava portare la produzione da duecento a duemila tavole al mese, un lavoro immane! Il maestro Giovan Battista Carpi era il coordinatore incaricato. Mise insieme una squadra di giovani e “ci prese per mano”, portandoci a perfezionare il nostro stile per adeguarlo al profilo grafico necessario alla Casa editrice. Fu una grande sfida. Lavorando per testate come “Comic Art” e “L’Eternauta” avevo maturato un segno “graffiato” che si compiaceva di suggerire più che di raccontare; ora con Disney dovevo ripulire il mio tratto per renderlo comprensibile anche a un pubblico di adolescenti.
Scrivere mi piace molto, e già con la Comic Art avevo sceneggiato diverse storie. Nel 1997, ci si rendeva conto che i gusti dei lettori stavano cambiando e che forse c’era spazio anche per personaggi un po’ “anomali” come il mio Bum Bum Ghigno. Disordinato come Paperino, avaro come Paperone, opportunista come Rockerduck, pigro come Ciccio, ma, in fondo, capace anche di altruismo e di gesti d’amicizia.
Sì, ho sempre cercato di sperimentare stili differenti, ma anche di variare “genere” narrativo. Da una parte, credo che sia un requisito indispensabile per chi fa il mio lavoro; dall’altra, è un rimedio contro il pericolo di annoiarsi! Ricordo che, quando mi fu proposto di collaborare con la Bonelli, mi trovai in difficoltà - in Disney c’era davvero un sacco di lavoro - e tentai persino di temporeggiare, ma sapevo che era un’occasione da non lasciarsi sfuggire. Poi, quando l’editore in persona mi telefonò per congratularsi di un mio lavoro al Dylan Dog Horror Fest, mi sentii talmente lusingato che non potei più rimandare. Quello fu un nuovo mutamento; il poliziesco di “Nick Raider” prima e il western di “Magico Vento” poi, con la puntigliosa ricostruzione storica realizzata da Gianfranco Manfredi, mi hanno imposto un duro lavoro di documentazione e di attenzione ai dettagli realistici. Inoltre, ho dovuto modificare ancora una volta il mio tratto, per avvicinarmi a quella “pulizia”, a quella sobrietà dell’immagine che è tipica del fumetto Bonelli.
Naturalmente, ho frequentato e frequento volentieri l’opera dei miei colleghi, ma - se si eccettua un’infatuazione adolescenziale per l’Uomo Ragno - mi sarebbe difficile citare un personaggio che mi abbia condizionato in modo decisivo. Si prende un po’ qua e un po’ là ciò che di volta in volta ci colpisce. Io privilegio un approccio “estetico” al fumetto; confesso che, se incontro una buona storia che però soffre di una brutta rappresentazione grafica, questo basta di per sé a scoraggiare la lettura. Quindi, ciò che più mi ha segnato è stata la “forza” e l’effìcacia di un certo stile… Se si parla di cinema, non ho un genere preferito: giallo, fantascienza, horror o storico vanno ugualmente bene; tendo a pensare che esistano soltanto film “belli” o “brutti” e che le etichette non aiutino a farsi un’opinione. Però devo ammettere di avere un debole per le commedie all’americana degli anni Cinquanta e Sessanta e per alcune “perle” di Totò e di Alberto Sordi. Credo che dipenda dalla mia inclinazione verso tutto ciò che è ironico e irriverente, che sa mettere insieme la provocazione con il sorriso.
Il western era il genere preferito di mio padre, che, quand’ero bambino, mi ha portato al cinema un’infinità di volte per seguire le avventure dei suoi eroi. Lui, ispirato dai copricapo dei cowboys, li chiamava “i cappelloni”, e così io ho creduto per anni che quello fosse il vero nome di quel genere. In questo modo -ma anche grazie alla televisione - ho potuto prendere confidenza con il western “all’italiana”, ma soprattutto con i classici, il cinema di John Ford e di Howard Hawks, con gli intramontabili John Wayne, Gary Cooper, Glenn Ford, Alan Ladd… Onestamente, non posso definirmi un cultore di questo filone narrativo, ma sento molto il fascino semplice e coinvolgente della grande epica del West, con le sue avventure, le battaglie, i duelli, lo spirito - talvolta schietto e deciso, talaltra cupo e tormentato - dei suoi personaggi.
All’inizio un incubo, poi un piacere, e infine una grande soddisfazione. Un incubo perché sentivo un fortissimo senso di responsabilità nel poggiare la punta della matita su un simile “monolito” del fumetto italiano, mi tremavano letteralmente le mani. Ho sudato molto per trovare il “mio” Aquila della Notte… Cercando ispirazione, mi sono rivolto all’opera di due grandi professionisti come Giovanni Ticci e Claudio Villa, ma la loro personalità grafica era così forte da condizionarmi troppo profondamente; ogni volta che mettevo giù un bozzetto, riguardandolo mi rendevo conto che quel Tex non era il mio, ma il loro! Poi, lavorandolo con pazienza, sono riuscito a caratterizzarlo come volevo, a prendere possesso della sua fisionomia. E così, dal “tremore” sono passato al piacere. In tutto questo, è stato importantissimo il dialogo con Sergio Bonelli, che mi ha sempre incoraggiato con straordinaria pazienza e con la solidità della sua esperienza. Infine - dicevo - è arrivata la soddisfazione per aver portato a termine un’opera che, all’inizio, mi sembrava impossibile… Spero che i lettori del Ranger condividano questo sentimento e che provino, nel guardare le mie tavole, lo stesso compiacimento che io ho provato nel disegnarle.
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